Press_in questi mesi abbiamo ricevuto una serie di riflessioni sul nostro lavoro, cosiddette recensioni. Alcune positive altre meno; abbiamo comunque deciso di pubblicarle tutte sul nostro sito in ordine alfabetico senza distinzione, indicandone solamente il tono.
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Pink, Me & The Roses
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Premio Scenario 2009
COMUNICATO STAMPA
La giuria proclama progetto vincitore del Premio Scenario 2009
Pink, Me & The Roses di Codice Ivan (Bolzano)
Porsi una domanda sull’arte, mentre l’arte ci interroga sulla nostra irriducibile natura. Riflettere su cos’è che non procede mentre il decadimento non si ferma mai. Guardarsi sfiorire nel luogo della bellezza. E non sapere da dove cominciare. I giovani di Codice Ivan sembrano accedere al teatro da ingressi decentrati e disorientanti che, assunti in piena consapevolezza, offrono un’angolazione speciale allo sguardo, una libertà che dischiude le valvole del processo creativo fino al suo grado di immediatezza. Così, la favola antica sull’impossibile collaborazione fra la rana e lo scorpione apre la scena alle domande sul perché tutti i nostri tentativi di dialogo sembrino destinati all’insuccesso; e sul perché sia proprio il linguaggio a segnarne il fallimento. Ma forse c’è un fattore umano che può ribaltare le prospettive più scontate e tetragone. Bisogna riportare questo fattore sulla scena, magari a partire dallo spettatore. Così il palco svuotato, anziché mostrarsi come luogo di spopolamento, può farsi luogo dell’accoglienza.
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Codice Ivan è il Premio Scenario 2009
di Anna Bandettini
Post Teatro_Repubblica Blog
È stato assegnato il Premio Scenario 2009 per i nuovi linguaggi teatrali che in questi ultimi anni ha “scoperto” molti sorprendenti talenti esordienti del teatro italiano.
Il Premio è andato a Pink, Me & The Roses’ dei Codice Ivan di Bolzano (le due immagini) la cui estetica curiosa, estrema, preziosa è una buona rappresentazione della “nuova” scena dei giovani italiani. Grande merito al festival Dro Fies 09 che li ha inseriti nel programma prima ancora che il premio arrivasse: chi vuole conoscerli si segni l’appuntamento per il 27 e 28 luglio con il loro spettacolo Un secco nord...
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Premio Scenario 09. Manca la rivelazione ma c'è grande qualità
di Kiara Copek
klpteatro.it
(...) progetto di tipo performativo e di stampo mitteleuropeo è “Pink, Me & The Roses” di Codice Ivan. Una performance meta-teatrale ricca di ironia e di semplicità, capace di mettere in discussione il teatro odierno, l’incomunicabilità e l’incertezza del mestiere teatrale. Uno spettacolo molto rischioso, per la verità, che ricorda lo stile di Kinkaleri o di Teatro Sotterraneo e che, rispetto agli altri finalisti, si fa certamente riconoscere come elemento di rottura che rimane impresso nelle memorie del pubblico (...)
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Rosarita Crisafi
Il Giornale di Vicenza
Qual è la vera natura dell'arte, dello spettacolo, del teatro? E' l'interrogativo attorno cui ruota "Pink me and the Roses", premio scenario 2009, della giovane compagnia di Bolzano Codice Ivan, rappresentato mercoledì sera al CSC Garage Nardini nell'ambito di B Motion.
Una serie di oggetti in scena, un mixer comandato dal palcoscenico, una poltrona sollevata da un carrello elevatore. Tre performer in costante uscita dal personaggio e da se stessi, in una serie di continui cambi di scena scanditi dall'esplodere di un palloncino. Un inizio di spettacolo in cui gli attori spiegano in dettaglio cosa loro intendano per "inizio". Una recitazione in playback comandata dagli attori stessi da una regia in palcoscenico. Al centro del testo l'antica favola di Esopo sulla natura dello scorpione che non può esimersi dal pungere la rana che l'ha aiutato ad attraversare il fiume perché deve seguire la sua natura.
E' il teatro che si parla addosso, si racconta e indaga dentro di se. Una serie di singhiozzi e pensieri interrotti, di dialoghi fallimentari, in cui ciò che emerge è la presa di coscienza della finzione della messa in scena, in un clima di decadenza generale. Alla fine il palcoscenico si svuota. Gli attori si fanno da parte, un mazzo di fiori rovesciato ruba la scena ai personaggi e invita a far posto ad altro.
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Una campionatura delle generazioni «lost in translation»
di Gianni Manzella
Il Manifesto
No, non è una «generazione», se dietro questo termine si vuole intendere la rivendicazione di un distacco dalle esperienze precedenti o un insolente spirito di gruppo. Ma è indubbio che da qualche anno qualcosa si è messo in movimento in quella zona magmatica che si può approssimativamente indicare con il nome di giovane teatro, con le sue improvvise emergenze e le inevitabili ricadute. E qualche segno generazionale bisogna pur coglierlo. L'arco espressivo è ampio, dal rigore formale con cui Pathosformel si è dato il compito di ripensare la presenza del corpo in scena al blob «made in Italy» di Babilonia teatri, dalla vocazione pittorica di Anagoor ai mondi favolosi di Dewey Dell. E intanto al festival Vie se ne è avuta una buona campionatura.
Si può partire dai più giovani di Codice Ivan (Anna Destefanis, Leonardo Mazzi, Benno Steinegger) rivelati quest'anno dal premio Scenario e già passati sotto la cura della «factory» di Fies che da tempo si è data il compito di sostenere questa zona di teatro. Il loro Pink, me and the roses è forse il manifesto disincantato di una generazione «lost in traslation». Dove non succede niente se non il farsi e disfarsi dell'immobile situazione scenica. Una ragazza in due (così dice la vecchia canzone dei Giganti iterata come sigla finale), una poltrona mossa per la scena su un pallet. Le rifrazioni innescate da una favola di Esopo o da ciò che «lo vorrei fare ma non lo farei mai». Tutto avviene lì, a vista, amplificando il senso di precarietà ma anche il valore del processo. La canzone in playback che senza più musica diventa solo gesto e lo scoppio periodico di un palloncino, l'icona di una parrucca biondo platino e un paio di occhialoni a cerchi concentrici che trasformano lo sguardo in bersaglio. E qualcosa vuol pur dire. (...)
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Generazione Scenario 2009: sotto il sipario poco, o niente
a cura di Simone Nebbia
Presentati a Short Theatre i lavori vincitori e le menzioni speciali del premio Scenario 2009, ma lo scenario, qui, è stato davvero desolante. Tra i lavori proposti paradossalmente il vincitore assoluto è uscito tra i fischi e gli ululati della platea che non ha apprezzato.
È stata necessaria una lettura scenica improvvisata fuori dalla sala, sulla ghiaia che circonda i magazzini dell’India, per sapere delle contorte motivazioni che hanno convinto i giurati del Premio Scenario 2009, forse il più rappresentativo trampolino di lancio nazionale per giovani artisti di teatro, a selezionare questi cinque spettacoli che Short Theatre ci ha proposto in anteprima. Ci voleva perché a vedere gli spettacoli, salvo un paio di eccezioni diversamente convincenti, molti sono stati gli interrogativi che accompagnavano me e tanti altri, uscendo nel buio lungofiume trasteverino.
(...) Segue il vincitore assoluto: Codice Ivan con Pink, Me and the Roses: bel titolo, penso; poi lo spettacolo mi lascia perplesso: iniziano in playback, poi giocano costantemente sull’inizio, parlano di teatro da dentro la scena, ma non sembra di vedere una reale esigenza, sembra un esercizio di stile che scimmiotta la ricerca, ora si mettono in testa due occhi enormi, ora tirano coriandoli per aria, ma tutto solo per dire: guardami! C’è un problema di fondo qui, politico e artistico: la ricerca reale subisce da questi scimmiottamenti, da questa scarsa qualità, un colpo notevole sia alla validità del percorso artistico, sia alla possibilità di ricevere fondi che, gestiti a foraggiare cose che non sembrano avere futuro, sono ufficialmente dispersi, tanto da far pronunciare a certi politici astiosi certi diktat non del tutto falsi. Per la prima volta da quando vado a teatro, ho assistito ad un applauso finale che tentava di coprire fischi e disprezzamenti chiari e netti. (...)
Ho camminato poi per un po’, sull’argine che costeggia il fiume di Roma; ho riflettuto a lungo su certi giudizi sballati, su pompose critiche senza fondamenta, su critiche finte mutuate da comunicati stampa ben fatti, su mancate prese di posizione su lavori infruttuosi, recensioni che dicono tutto per non dire che lo spettacolo è orrendo, perdendosi a parlare di altro, ho riflettuto e mi sono detto che se davvero vogliamo cambiare l’orrenda politica culturale che affoga le esperienze artistiche, il primo giro di domande bisognerà farlo guardandoci negli occhi e iniziando da noi, un cambiamento davvero risoluto.
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Lo Sguardo che ti riguarda
Pensieri verticali sulla performance contemporanea.
di Carlo Orsini
Abitare
Essere spettatori oggi. Potremmo iniziare dicendo con Jacques Rancière: “Essere spettatori consapevoli non è semplicemente la trasformazione da soggetti passivi a soggetti attivi. E’ la nostra situazione normale. Noi impariamo ed insegniamo, agiamo e conosciamo come spettatori che collegano ciò che vedono con ciò che diciamo e ci viene detto, con ciò che facciamo e sogniamo. Non c’è un medium privilegiato, come non c’è un punto di partenza privilegiato” ( Le Spectateur Emancipè, La Fabrique èdition, 2008) . Essere spettatori attivi come interpreti implica che la politica della partecipazione risiede nel mettere al lavoro l’idea che tutti noi siamo ugualmente capaci di inventare la nostra propria traduzione di ciò che vediamo sulla scena.
Questo principio ci invita ad appropriarci di ciò che appare sulla scena e di usarlo in modi che i loro autori possono non aver neppure sognato come possibili.
Proprio questo sembra chiedere la scena della live art italiana contemporanea. Una scena che ha attraversato il primo decennio degli anni 2000 superando soglie significative di trasformazione: dalla caduta della narrazione, allo spossessamento di significato della parola, alla negazione del lavoro coreografico e scenografico, fino alla costruzione di un teatro super-iconico che chiama lo sguardo dello spettatore ad una interlocuzione dialettica. Una scena quella italiana, che ha stimolato interessi specialmente all’estero, come testimonia in questi giorni la conclusione della lunga tourneè mondiale di Romeo Castellucci/Societàs Raffaello Sanzio a Los Angeles, dopo aver attraversato tutta l’Europa, il Sud America e il Giappone con la sua Divina Commedia, sinceramente poco vista in Italia. Una scena che sempre più si caratterizza per la convergenza orizzontale di tutte le diverse espressioni artistiche di azione, suono, movimento, arti visive, composizioni musicali, illuminotecnica, dispositivi meccanici e recitazione, in una combinazione “democratica” spesso in assenza di regia. La sensazione è che si stia evolvendo verso una costruenda opera d’arte totale, dove la sinestesia non è più il fine, ma uno degli elementi della costruzione.
Le ultime emanazioni della scena italiana ben rappresentano questa evoluzione: due giovani gruppi ANAGOOR e CODICE IVAN, segnalati i primi e vincitori gli altri del Premio Scenario 2009, presenti questa estate nei vari epicentri del teatro di ricerca italiano, in debutto ufficiale al festival VIE di Modena la scorsa settimana, esprimono le due polarità attuali dell’espressione artistica. (...)
Codice Ivan, gruppo di Bolzano formato da tre diversi personaggi formatisi tra il teatro, la sound art e le arti visive, già nel nome annunciano l’ironia e lo shift di significati che vanno ad operare sulla scena. Le loro performances mettono in opera elementi concettuali e procedurali della costruzione di uno spettacolo. Pink, me and the roses è lo spettacolo con cui hanno vinto il Premio Scenario: in una scena abitata solo da una poltrona su una piattaforma su ruote, mettono in rappresentazione le diverse forme di comunicazione scenica, passando da pezzi recitati in play-back, a dichiarazioni di imbarazzo su frazioni dello spettacolo da mostrare (memorabile la pièce della performer sulla sua attesa manifestazione masturbatoria in scena), fino al gioco di potere del racconto della rana e lo scorpione in cui alle parole segue una rappresentazione mimica con intermezzi di traduzione in sud-tirolese. Il tutto provoca una tensione e un coinvolgimento del pubblico a diversi livelli: ti senti costretto a domandarti cosa stai vedendo e perchè e, nonostante la forma sia eccentrica, ti ritrovi in un flusso di “intrattenimento”, nel senso che sei tenuto nel mezzo della rappresentazione dalle continue questioni che la scena ti pone, come fulmini.
Due esperienze diverse, (quelle di Anagoor e di Codice Ivan), con approcci opposti alla costruzione dell’immagine: da una parte una impostazione che rimanda alla storia dell’arte ai suoi fondamenti filosofici e iconologici, dall’altra una costruzione più concettuale che impronta la scena sulla decostruzione degli strumenti comunicativi, ma accomunate dalla incorporazione del pensiero e dell’emozione nell’immagine, fino alla loro coincidenza.
Proprio questo è richiesto allo spettatore: un lavoro di percezione ed interpretazione degli stimoli visivi ed uditivi per la sintesi di emozione e pensiero, che ognuno può fare secondo la sua sensibilità ed esperienza, senza la necessità che gli sia raccontata una storia o proposta una ideologia. Una lavoro “drammaturgico” fatto direttamente dallo spettatore, che si ritrova con la possibilità di montare e tradurre la performance, partendo dalla propria intrinseca esperienza autodeterminata e non eterodiretta da un testo o da una regia.
Buona Visione.
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La tragedia della specie
di Renato Palazzi
il Sole 24 Ore
A chi pensa che il teatro sia in crisi andrebbe prescritto un corroborante soggiorno a Drodesera, un vivacissimo festival che è anche un luogo di creazione e un esauriente osservatorio sui nuovi gruppi. Ne trarrebbe un'impressione di incontenibile effervescenza, frutto di un vorticoso ricambio generazionale. Tutto il contrario, insomma, di un'esperienza in esaurimento: se il teatro di regia nei suoi anni d'oro, ha dato esiti di altissimo livello, ma improntati a un modello unificante, la scena odierna sorprende per la ricchezza di stili e linguaggi.
Nel complesso, questo multiforme panorama conferma che è in atto una tendenza - ormai diffusa - a scomporre le strutture della rappresentazione. Nei lavori presentati alla centrale idroelettrica di Fies, come in quelli che si vedono in altre rassegne, non c'è traccia di scenografie, di testi, di personaggi da interpretare. C'è una comune esigenza di smontare e rimontare la sintassi del teatro: ma a questo risultato si arriva in mille modi diversi. Spicca, sopratutto, una sostanziale distinzione fra chi aggredisce il problema puntando sulla pura energia fisica, sonora, gestuale - quelli, per intendersi, dei muri nudi del palco e dei cavi elettrici bene in vista - e chi, pur nell'assenza di costruzione drammatica, punta comunque a una rigorosa ricerca formale. Rientra di sicuro nella prima categoria l'interessante Codice Ivan, il gruppo bolzanino vincitore del Premio Scenario, ai cui finalisti è stata dedicata una sezione del festival. Non è forse un caso che a dominare lo spazio, nel suo Pink, Me & The Roses, sia il tavolo delle tecnologie, con un vaso di fiori fra registratori e comandi delle luci. Le azioni - far scoppiare un palloncino, mimare ironicamente la favola dello scorpione e della rana - sono elementari, ma costantemente accompagnate da commenti su di esse: l'esposizione di un ingegnoso "trattato sull'inizio", i dubbi dell'attrice su una scena che vorrebbe e non vorrebbe fare.
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Un giusto Scenario
di Andrea Porcheddu
delteatro.it
Nella sua storia il premio Scenario ha saputo dare un contributo fondamentale al rinnovamento della recente scena italiana. Definire "premio" un percorso articolato e sensibile come quello di Scenario è riduttivo: si tratta infatti di un lavoro costante, su tutto il territorio nazionale, di scoperta, accompagnamento, crescita, circuitazione di realtà teatrali giovani e giovanissime. A ricordare solo i nomi usciti delle ultime edizioni, si scopre così quanto questa iniziativa, diretta con acume da Cristina Valenti, abbia seriamente favorito l'affermazione di artisti e compagnie oggi di rilievo nazionale ed internazionale. Da Emma Dante a Babilonia Teatri, da M'Arte a Habillè d'Eau, da Davide Enia e Daniele Timpano a Berardi-Colella sono molti quelli che sono passati, vincitori o selezionati, da Scenario. C'è quindi grande curiosità per ogni edizione.
E quella 2009, vista al Festival di Volterra ancora nella fase embrionale (circa mezz'ora ciascuno la durata dei quattro lavori) ha confermato quanto il Premio Scenario sappia cogliere umori e tendenze, quanto sappia giocare d'anticipo sulle tensioni che scuotono la scena italiana. (...) Codice Ivan, gruppo trentino-toscano composto da Benno Steinneger, Anna Destefanis e Leonardo Mazzi. Figurette stralunate, dal gusto molto contemporaneo, si interrogano sul senso e sulle modalità della creazione artistica. C'è (auto)ironia e sorpresa, imbarazzo e pudore, candore e strafottenza, ingenuità e aguzzo cinismo: Pink, Me and The Roses, questo il titolo, è una riflessione post-modern sull'arte e sul teatro. Rimandi evidenti (e forse non voluti) al Magazzini o a Falso Movimento di Martone, citazioni inattese di Autodiffamazione di Carella, il tutto condito dalle migliori armi del nostro presente scosceso e irrequieto. Occhiali, vestiti, corpi, colori: tutto parla di oggi, di questo presente-assente, di questo postmoderno liquido e torrenziale, di queste marginalità vissute in camerette tra video e hifi. Distruzione e decostruzione di ogni slancio, ambienti attraversati senza scossoni apparenti, conflitti e soluzioni marcate in quadri che sono brevi flash, lampi sull'esistenza. Codice Ivan potrebbe far pensare ai tedeschi Nico & the Navigators o agli inglesi Forced Entertainment: stesse maschere ipercontemporanee a raccontare il disincanto doloroso del nostro tempo.
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Debutta scenario: tra memoria e disincanto
di Camilla Toso
iltamburodikattrin.it
Tutto un altro teatro è quello di Codice Ivan. Il gruppo vincitore dell'edizione di quest'anno nasce da esperienze artistiche diverse e pluridisciplinari e, infatti, il lavoro che presenta risulta vicino alla più cinica arte contemporanea. Partendo dal presupposto, metateatrale per eccellenza, di portare il processo creativo in scena, Pink, Me and the Roses analizza la pratica teatrale smontandone il dispositivo in oggetti, in fasi: nascita, errore, morte. Un' immagine iniziale poetica/Stop/Un'altra immagine stilizzata e straniante/Stop/Analisi. Un processo che si ripete all'infinito, una casa dalle mille scale di Escher, uno sdoppiamento continuo di specchi paralleli. Si avvicina ad alcune opere d'arte contemporanea, installazioni apparentemente vuote di significato nelle quali è il processo creativo ad assumere un valore artistico rilevante.
Questo sembra essere ed è un lavoro concettuale importante, non solo riportato dalle immagini ma sostenuto dalle parole, che ci arrivano da un playback postumo a dimostrare che quello che abbiamo appena visto in scena (compresi i commenti che stiamo ascoltando) era ed è tutto già calcolato. Un lavoro quindi certamente interessante, che riflette sulla natura del teatro partendo dalla semplice favola di Esopo: quella in cui lo scorpione uccide la rana "perché è la sua natura" - un piccolo oggetto preso come esempio per imbastirci intorno un discorso molto più ampio e complesso che a forza di riflettersi in se stesso rischia di inciampare proprio nella vera natura del teatro. I giovani autori sembrano trovare una via d'uscita in una "riscoperta onestà", uscendo dalla scena, «essendo, senza copione, delle semplici persone davanti ad altre persone che le stanno a guardare». Ma l'estrema semplicità proposta a scardinare il gioco e la dichiarata pretesa di «non voler dire niente» lasciano un po' d'amaro in bocca, un po' di stupore disincantato di fronte ad un teatro giovane e già così autoreferenziale.
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Nuovi e vecchi vincitori nati dal Premio Scenario
B.motion omaggia Operaestate
di R.F.
ilgazzettino.it
Questa sera Bassano ospita, per la prima volta insieme, i vincitori delle ultime due edizioni del Premio Scenario, una delle poche realtà in Italia a svolgere una ricognizione sistematica del nuovo e una più attenta risposta alla straordinaria creatività delle giovani generazioni. Prosegue così il fitto programma di B.motion, il segmento di Operaestate Festival Veneto dedicato al contemporaneo. Protagonisti, i vincitori dell’edizione 2009 Codice Ivan (alle 21 al CSC Garage Nardini) con lo studio di “Pink me and the roses” e quelli dell’edizione 2007 Babilonia Teatri (alle 21 CSC Garage Nardini) con il secondo spettacolo della personale a loro dedicata dal titolo “Pop star”.
Con “Pink, Me & The Roses” i tre performer di Codice IVAN non solo rivelano ciò che succede dietro le quinte, ma anche come sono arrivati alla messa in scena. Il processo, il making off irrompe su di un palcoscenico essenziale: pochi oggetti, pochi colori, poco spazio e ben marcato. Ancora una volta si tenta di costruire l’ennesima finzione, ma siamo oltre la narrazione e l’inganno non regge più. Improvvisamente la scatola nera diventa bianca: la vita irrompe, si presenta, è lì, imbarazzante, ti guarda e come è arrivata si allontana, torna dietro la maschera. I tre componenti di Codice Ivan sono rimasti imprigionati, non loro malgrado ma volontariamente, dentro il teatro stesso. “Pink, Me & The Roses” ha vinto il Premio Scenario 2009.(…)
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Forget the famous actors who played the gorgeous heroes and think of ME
di Giulia Tirelli, Patrizia Vitrugno, Maria Vittoria Solomita e Fabiana Campanella.
www.hoop-lab.com
Ragionare sull’inizio, per i Codice Ivan, è ragionare sulla necessità del teatro. Dove la forma diventa il tema, la fine diventa l’inizio di una riflessione sul sistema e sul pubblico.
Una linea retta che si riavvolge su sé stessa, si interseca in più punti, crea spazi, zone di vuoto e sovrapposizioni, in un groviglio di istanti sorpresi in attesa di una collocazione temporale. Il “Saggio sull’inizio”, la messa a nudo del processo creativo innestata nella creazione stessa, un’ipotesi di inizio se non un inizio stesso, nuovo, ma reale quanto il primo: realtà, pensiero e rappresentazione si incontrano in una dimensione sospesa dove tutto si manifesta in una realtà senza tempo. - Codice Ivan, Pink, Me & The Roses.
Come inizia uno spettacolo? Con tanti spezzoni di “inizio”. Qui anche la fine è l’ennesimo inizio, uno dei tanti che si susseguono come in trailer. Il film è “Pink, Me & The Roses”.
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"Pink, Me & the Roses": va in scena la Comunicazione Performativa. Decaduto e Vero: frammenti di un inizio
di Carola Minincleri
www.nonsolocinema.com
Il confronto e la riflessione sono scena. Il tecnico luci è scena (più scena che in Made in Italy). Il making off, il processo, la costruzione della scena è scena. "Siamo rimasti imprigionati, non nostro malgrado ma volontariamente, dentro il teatro stesso" dice il collettivo Codice Ivan.
Il confronto e la riflessione sono scena. Il tecnico luci è scena (più scena che in Made in Italy). Il making off, il processo, la costruzione della scena è scena. "Siamo rimasti imprigionati, non nostro malgrado ma volontariamente, dentro il teatro stesso" dice il collettivo Codice Ivan. Il (Meta) Teatro del 2010 si pone continuamente la domanda: la rappresentazione è verità o finzione? Anche Codice Ivan nega la narrazione per rispondere “l’inganno non regge più”.
Illuminare le quinte, i cavi e gli interruttori spostando a mano un faro appeso a una piantana è assolutamente plausibile e coerente; una pessima dizione è la manna dal cielo; il rumore di un muletto diventa sonoro drammaturgico quanto la conversazione registrata sulla condivisione di obiettivi tra chi ha contribuito a creare lo spettacolo. Il muletto, simbolo stesso dei lavori in corso, è tra i personaggi più appariscenti di "Pink, Me & the Roses", un ulteriore spot della realtà contemporanea a cui il Teatro 2.0 ci ha abituati, a cura di Codice Ivan, Premio Scenario 2009 ospite al Teatro Aurora di Marghera ieri sera, insieme a una donna palloncino con la parrucca bianca sospesa nell’aria e pronta a svanire nel nulla, a una rana e a uno scorpione, in un equilibrio dove tutto e niente è importante, dove importante è solo la confusione, la distrazione, l’interruzione della realtà contemporanea, fotografata senza velleità d’ironia, perché ironica è già.
La scena si interrompe continuamente o non si interrompe mai? Si tratta di un dubbio lecito che spiazza il pubblico nel finale, che non sa se applaudire o meno, se lo spettacolo sia finito, perché in effetti potrebbero esserlo, finito, così, nel nulla, dopo un’ora di intrattenimento da parte di Anna Destefanis, Leonardo Mazzi, Benno Steinegger, attori che su un palco sembrano semplicemente ragazzi che si divertono molto, che riflettono sull’Arte, sul Teatro, e sullo sfondo dei Massimi Sistemi, dimostrando un’ottima capacità di rimanere semplicemente persone.
In un grande nonsense come solo la realtà sa essere, del Teatro pare rimanere poco, un ottimo ritmo e sincronismo, mentre indubbiamente si dà volentieri tributo alla creatività di Codice Ivan e alla sua capacità comunicativa, colorata sin dal titolo, che conferma di nuovo una possibile regola della pubblicità e della comunicazione “poco spazio e ben marcato” (cfr scheda spettacolo a cura della compagnia, cfr www.codiceivan.com), divertente, contemporanea, a tratti potente, come nel frammento che un po’ sintetizza la ricerca dello spettacolo: “e quale sarebbe un modo onesto di cominciare?” si chiedono, e la risposta è un attimo fermo nel tempo, un vaso colorato di rosso vola nell’aria, qualcuno lo prende dal verso sbagliato e le rose che contiene si rovesciano a terra. Tutto rallenta, il centro della scena si ferma, una musica lo enfatizza e riscalda. Ricerca, consapevolezza, poesia che risalta in un palco senza regole, se non quella di non recitare. È vero, abbiamo bisogno di briciole di positività quando il messaggio è la rappresentazione di una realtà fatta d’interruzione, distrazione, incomunicabilità, egocentrismo, ma forse il Teatro può dare di più, un pizzico di ribellione in più, una via per ritrovare la forza. La nuova generazione del Teatro con Fassbinder ha condiviso che almeno è bene rappresentare ciò che non possiamo cambiare, ma forse è solo un passo propedeutico, forse è possibile superare il nichilismo annoiato e intellettuale e riprendersi le proprie emozioni, come primo passo di una presa di coscienza di cui si sentono gli albori del bisogno.
"Porsi una domanda sull’arte, mentre l’arte ci interroga sulla nostra irriducibile natura. Riflettere su cos’è che non procede mentre il decadimento non si ferma mai. Guardarsi sfiorire nel luogo della bellezza. E non sapere da dove ricominciare." Sono le parole di motivazione del Premio Scenario 2009, che conclude con un’esortazione: "Ma forse c’è un fattore umano che può ribaltare le prospettive più scontate e tetragone. Bisogna riportare questo fattore sulla scena, magari a partire dallo spettatore. Così il palco svuotato, anziché mostrarsi come luogo di spopolamento, può farsi luogo dell’accoglienza." Abbiamo capito, ora vorremmo emozionarci, partendo dalla verità dei frammenti, dalla “riconquistata onestà” che intuisce Codice Ivan in un attimo perfetto che vorremmo fosse un inizio. Ci piacerebbe un Teatro anche precursore di una nuova mentalità, di una nuova speranza. "Pink, Me & the Roses" è uno spettacolo da vedere, sintesi squisitamente contemporanea di grande di voglia e capacità comunicativa per non dire abbastanza.
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Le domande sull'arte di Codice Ivan
di Rita Borga
www.klpteatro.it
Pink, Me & The Roses è lo spettacolo con il quale il collettivo di Bolzano Codice Ivan ha vinto il Premio Scenario 2009. E questo sembra essere già una bella garanzia. Ci si accomoda dunque in platea e in qualche modo si ha già deciso che sarà uno spettacolo “importante”.
Ma, nel nostro caso, quando inizia la performance, quella sorta di presuntuosa sicurezza vacilla: i tre giovani protagonisti sono acerbi ed emozionati, mentre la costruzione scenica sembra non raccontare nulla di nuovo. C’è tutto il sapore di un primo debutto.
A questo punto il consiglio potrebbe essere quello di abbandonare non la poltrona ma le aspettative, insieme al dubbio se l’ambìto premio sia meritato o dovesse invece andare ai colleghi Anagoor. Tuttavia lo spettacolo è piacevole, leggero, semplice e ironico. C’è un gusto del sorriso che trattiene. Non ci sono labirinti mentali e non rimane addosso quella sorta di disagio per non essersi abbandonati a tal punto da approdare a ciò che la scena contemporanea pretende: uno spettatore “attivo”.
"Pink, Me & The Roses" si sviluppa in frazioni di scene, che si fanno e si disfano, con un’espansione del teatro nel quotidiano, in termini di incomunicabilità e artificio della comunicazione. I tre attori entrano ed escono dal personaggio e da se stessi in un gioco meta-teatrale dichiarato fin dall’inizio.
Tutto si concentra attorno alla decostruzione e allo smantellamento dell’evento spettacolare, applauso compreso, in bilico tra la scena e il dietro le quinte, mettendo a nudo quegli elementi che non si direbbero fasulli ma che lo sono, o che - palesemente artefatti - risultano così ben inseriti nella costruzione scenica da far dimenticare la loro essenza artificiosa: come un playback che, privato di sonoro, diventa solo gesto clownesco. O, al contrario, come quando un decibel eccessivo, ammantando il valore semantico della scena, riporta il performer ad una mera pantomima; fino allo pseudo imbarazzo: il pudore per quella che potrebbe essere una grande e auspicata prova d’attrice, la masturbazione in scena (“Lo vorrei fare ma non lo farei mai… cioè lo vorrei fare ma…”, recita simpaticamente Anna Destefanis).
E’ facile riportare la finzione del teatro e dei suoi meccanismi in quelle "forme", vuote ma sempre nuove, che la vita autentica ci propone, e da cui è impossibile sottrarsi a causa di quell’incomprensibile follia che si annida nella natura umana. Meglio quindi non prendere e non prendersi troppo sul serio, sembra voler dire Codice Ivan.
Rimane in qualche modo sospesa la contraddizione fra l’intento di sincerità, come svelamento della finzione, e l’ostentazione con cui quella sincerità cerca di esibirsi sulla scena, di rappresentarsi. Ne deriva un’inevitabile provocazione: che quell’autenticità si trasformi in recitazione, in finzione a sua volta, e ci si ritrovi all’interno di "scatole teatrali", diverse nella forma ma uguali nel contenuto.
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"Pink, me & the roses". Una sagace lezione di teatro contemporaneo
di Elena Ballarin
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Che ci fa uno spettatore a teatro? Assiste passivo allo spettacolo, o vi prende parte attivamente? Su questi quesiti nasce Pink, Me & The Roses, della giovane compagnia Codice Ivan, con Anna Destefanis, Leonardo Mazzi, Benno Steinegger, vincitore del Premio Scenario 2009, andato in scena al Teatro Aurora di Marghera nella serata del 30 gennaio.
Un lavoro che, in chiave metateatrale, indaga il rapporto tra il palcoscenico e la quarta parete: alla narrazione tradizionale subentra un’analisi rivolta al pubblico, in termini di coinvolgimento e percezione di fronte allo spettacolo. La riuscita del lavoro si basa sulla scelta drammaturgica, di semplice accessibilità per tutti, in cui svariati sketch si alternano con vivace comicità: dialoghi, racconti, canzoni dove la comunicazione si sfaccetta a più livelli, celando sotto lo strato più superficiale profonde riflessioni sui meccanismi teatrali. S’ode la parola distaccarsi dal corpo, ora pronunciata da labbra in playback, ora silenziosa, percepibile solo osservando i labiali; la lingua italiana interagisce con altri codici, da quello tedesco, inglese, sino alla lingua dei segni; gestualità e parola si rincorrono afferrandosi o deridendosi, in duetti dove un attore narra e l’altro mima. L’interazione stessa tra i corpi viene messa in gioco, con ritmi alle volte armonici, alle volte opposti.
L’indagine culmina nel finale, in cui viene disallestita la scenografia e gli attori escono dai loro personaggi, assumendo atteggiamenti e toni naturali: gli equilibri cromatici degli indumenti con la poltrona verde e il candido sfondo si dissolvono; la tensione che elettrizza lo spazio tra interpreti e pubblico si spegne; ma l’attenzione rimane dinamica, focalizzandosi su interrogativi chiave di tutto il teatro contemporaneo, ovvero il ruolo del teatro e dello spettatore. Questioni già care, a metà del secolo scorso, a figure come Grotowski, Barba, o la compagnia sperimentale del Living Theatre, e tutt’oggi ancora calde, dato il persistente attaccamento del pubblico, specialmente nel nostro paese, al teatro tradizionale. In quest’ottica, la semplicità di fruizione intelligentemente si adatta al messaggio che lo spettacolo intende comunicare. Quegli spettatori già “educati” a un teatro di tipo contemporaneo potranno forse rimanere un po’a bocca asciutta; ma molti converranno sulla possibilità di trarre giovamento anche solo nel constatare l’esistenza di tale lavoro, volto a un’educazione alle nuove tendenze teatrali.
I tre attori hanno ben saputo coinvolgere il pubblico, strappargli risate e, forse a sua insaputa, renderlo protagonista. A tal proposito, gradevole la scelta di mantenere ad alto volume la musica per tutta la durata degli applausi, così da renderli parte integrante di uno spettacolo collettivo.
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Pink, Me & The Roses
di Cristina Zanotto
http://scatolaemozionale.blogspot.com
Prendete un palloncino
Fatelo scoppiare
Prendete una vecchia canzone, ritmata, d'amore
Fatela andare diverse volte
Cantate in playback
Balleteci sopra....mantenete il ritmo e ripetete l'intera sequenza senza la musica però
Ora prendete una storia
Una storia significativa, tipo La rana e lo scorpione e raccontatela, ma raccontatela bene
raffiguratela e soffermatevi...
Ponetevi delle domande sulla comunicazione, sull'essere e non essere, sulla vera natura delle cose e su cosa vuole raccontare il teatro.
La compagnia Codice Ivan mette in scena tutte queste diverse situazioni unite dal messaggio dell'incomunicabilità e della natura vera delle cose e delle persone, della morte e del voler rappresentare tutto questo dandone un significato preciso.
I tre giovani artisti sono in scena e parlano, cantano e pensano prevalentemente attraverso una registrazione già fatta in precedenza, il risultato è esilerante, divertente, a tratti incomprensibile ma forse è bene anche così...perchè dover spiegare sempre ogni cosa?perchè trovare sempre significati nascosti e recondidi?perchè crucciarsi ogni volta sul significato del teatro e di quello che deve essere rappresentato?
Bel ritmo, belle musiche, scenografia scarna ed essenziale ma quei pochi elementi che sono in scena sono curati e raffinati, come i costumi e i "fermo immagine". I tre giovani artisti provenienti da esperienze diverse sono poi riusciti a maturare questo spettacolo che è valso loro il Premio Scenario 2009.
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Il teatro di Codice Ivan Rock, decadenza e sarcasmo
di Roberto Incerti
Repubblica
Sono la novità assoluta del teatro italiano. Stiamo parlando di Codice Ivan, una compagnia giovanissima - si va dai 29 ai 33 anni - composta da Anna Destafinis, Leonardo Mazzi, Benno Steinegger. Nato soltanto un anno fa il gruppo, col suo unico spettacolo Pink, Me & The Roses, si è aggiudicato il premio Scenario. Stasera Codice Ivan alle 22.30 sarà in scena alla rassegna Zoom che si tiene al Teatro Studio si Scandicci. La novità assoluta di Codice Ivan sta nella poesia che c' è in ogni errore. Come spiega Anna Destefanis «Noi puntavano ad un nome bancario e ci dovevamo chiamare Codice Iban. Tutti capivano Ivan e ci siamo adeguati a questo divertente errore. Da qui la nostra prerogativa: parlare di temi serissimi come la difficoltà di comunicazione nel mondo di oggi cercando di far ridere gli spettatori». In tal senso questo gruppo contemporaneo, come facevano attori antichi come Totò, Eduardoo Alberto Sordi, riescea far ridere ironizzando sul mal di vivere, sulle difficoltà quotidiane. Le provenienze eterogenee dei componenti della compagnia - danza contemporanea, teatro, performing art, fotografia, design - riesconoa creare spettacoli che un po' sono quotidianità, un po' favole di Esopo, un po' paradossi. «Il vecchio rocker protagonista dello spettacolo forse non esiste, è un simbolo della decadenza del mondo di oggi, popolato da artisti sul viale del tramonto che fanno finta di essere vivi». Un gioco del teatro diventa ipnotico fra luci più glaciali che notturne: sul palcoscenico vite alla deriva, una poltrona, una scatola bianca, un mazzo di fiori finti. Ancora ci sono parrucche, del linoleum, un inquietante coltello in bocca, del pvc, due tacchi degni di un film di Almodovar, un occhio di bue su due ruote. I colori sono pochi ed un palloncino esplode. «Noi balliamo, cantiamo, parliamo in playback. Cerchiamo di far comprendere al pubblico come è difficile guardare negli occhi una persona in un mondo come quello di oggi sovrastato dalla tv, da Internet, da facebook. Per noi, fondamentale è il gioco fra realtà e finzione. Le citazioni sono molte: da gruppi rock finlandesi alla compagnia teatrale berlinese ' Total brutal' . Più che le parole nei nostri lavori conta l' humour, il gioco fra realtà e finzioni, le sensazioni che sanno sedurre». Pink, Me & the Roses è un' opera metafisica, popolata da inaspettate immagini quotidiane che attraverso la magia del teatro diventano arte.
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Pink me & the Roses: al Teatro Palladium la rivincita di Codice Ivan
di Matteo Antonaci
Teatro e Critica
Una delle tante favole di Esopo narra di uno scorpione e di una rana che, per attraversare un fiume, decidono di collaborare e di mettere da parte i loro istinti, pur di assicurarsi la vita. Eppure, salito sulle spalle della rana, lo scorpione non può che pungerla, affermando in tal modo la sua natura. Rana e scorpione sono, per il gruppo Codice Ivan, le due facce di una stessa medaglia. La loro unione rappresenta la labilità tra i confini che separano la vittoria dalla sconfitta, il bene dal male, la realtà dall’immaginazione, dall’arte, dal teatro.
Lo spettacolo Pink me & the roses vuole farsi portavoce di tali dicotomie incarnate nei meccanismi della rappresentazione teatrale e dunque distruggibili, almeno quanto basta per mostrare la vera natura del teatro stesso.
Passato sotto forma di studio nei più importanti festival italiani, da Drodesera a Short Theatre, Pink me & the roses, vincitore dell’ultima edizione del Premio Scenario, aveva diviso in maniera netta critica e pubblico italiano. Fischi e attacchi di ogni sorta sono piovuti sui componenti del gruppo Codice Ivan, facendo sì che la loro realtà, e la loro vittoria all’importante premio - tra polemiche, applausi e incoraggiamenti, tra chi sosteneva e sostiene in maniera sfrontata la giovane formazione e chi invece l’ha bocciata duramente - divenisse quanto di più discusso nell’ultimo anno nell‘ambito del nuovo teatro di ricerca italiano.
Lo spettacolo, ormai completato, viene replicato per la prima volta a Roma al Teatro Palladium, inserito nella rassegna dei gruppi del progetto Fies Factory One. Proprio questa replica appare come uno schiaffo in faccia ai mal pensanti, a chi non aveva creduto nelle capacità teatrali del gruppo, a chi aveva sostenuto, addirittura, la loro inutilità.
Certo, Pink me & the roses è un’oper
a prima e trascina con sé difetti e ingenuità, tanto più evidenti nel momento in cui il gruppo sembra ricalcare certe logiche della ricerca teatrale degli anni novanta e certe modalità creative vicine alle pratiche dell’arte contemporanea. Lo spettacolo, infatti, non incontrerà facilmente il gusto del grande pubblico e tantomeno quello di tutti coloro che credono che il teatro sia una prassi legata alla materia, all’emozione scenica e non ad una mera riflessione filosofica. In scena, i membri del gruppo ragionano sulla costruzione drammaturgica, sulla finzione della narrazione teatrale, avviando continuamente micro racconti e micro azioni, interrotti sempre attraverso la simulazione della morte improvvisa degli stessi performer.
Strizzando l’occhio alla pratica sessantottina dell’happening, Codice Ivan costruisce una drammaturgia nulla, inesistente, occupa il palcoscenico soltanto per affermare la propria esistenza, per esserci; distruggere il limite tra scena teatrale ed esterno della scena, tra personaggio ed attore, ma soprattutto tra arte/spettacolo e vita reale. Ogni dicotomia è unificata in un’unica presenza, metafora dell’unione mortifera tra la rana e lo scorpione nella suddetta favoletta di Esopo, ma anche esemplificazione della natura concettuale dello spettacolo stesso. Pink me & the roses è una pièce totalmente risolta, tanto nell’utilizzo degli oggetti scenici, quanto nella sua costruzione ritmica ma allo stesso tempo un’opera che tende a rinchiudere in se stessa la produzione di senso escludendo drasticamente (se non nel finale) la partecipazione dello spettatore nella sua costruzione. Codice Ivan, insomma, è vittima delle pratiche modaiole post-duchampiane: l’opera, come già detto, cresce attraverso un mero ragionamento filosofico, uno scarto intellettuale atto a costruire e a mantenere lo status di artisti immersi in circuiti totalmente autoreferenziali. Ribadendo l’impossibilità di unione tra segno scenico e significato, i performer provocano alienazione nel pubblico ed estremizzando (o ridicolizzando) le pratiche dell’happening, finiscono per chiedersi: “Si dice veramente qualcosa con questo spettacolo o è un’accozzaglia di tantissime cose che si vogliono dire ma alla fine non si riesce a trasmettere veramente qualcosa?”.
Qualunque sia la risposta, che piaccia o no, Codice Ivan dimostra di essere ben cosciente del proprio percorso artistico e si mostra come un gruppo da tenere assolutamente sott’occhio.
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"Pink me and the roses" di Codice Ivan: il making off dello spettacolo al Crt
di
Federica Solaro
Teatrimilano.it
Straniante, originale e audace: tre aggettivi per provare a descrivere "Pink me and the roses", lo spettacolo, vincitore del Premio Scenario 2009, che la compagnia Codice Ivan ha portato in scena, al Crt Salone di via Dini, il 26 e il 27 maggio.
Con questo lavoro i giovani di Codice Ivan offrono agli spettatori non una pièce, non un prodotto finale finito, confezionato e pronto per essere consumato, bensì il processo stesso di realizzazione dello spettacolo, lasciando che, dinanzi agli occhi stupiti del pubblico, si dipanino i problemi connessi alla creazione artistica su cui gli attori si sono a lungo confrontati: i vari tentativi di preparazione delle scene e la successiva modifica di quelle mal riuscite, il rapporto spettacolo-critica teatrale, le domande sulla qualità (onestà vs affettazione) della relazione che lega attore e personaggio e, conseguentemente, spettatore e attore.
Il meccanismo della costruzione teatrale è brechtianamente esibito e svelato: gli attori parlano in playback con le loro vere voci, voci preregistrate che risalgono ai momenti in cui lo spettacolo veniva concepito e intessuto e che assolvono il compito di rendere partecipe lo spettatore dei processi creativi del gruppo teatrale; assumono l'antica favola di Esopo sull'impossibile cooperazione tra la rana e lo scorpione come emblema della domanda sull'effettiva possibilità per l'arte di comunicare con il suo pubblico e per l'attore di essere davvero se stesso, su quel palco che ogni giorno gli impone delle sfide. E ancora, lavorano all'aggiustamento di una morte troppo violenta che monopolizza eccessivamente l'attenzione del pubblico, distogliendola dalla prova degli altri artisti, constatano infine l'impossibilità di un dialogo d'amore tra due personaggi, dal momento che il primo parla e il secondo, invece che ascoltare, traduce.
Così - per tentativi, errori, rifacimenti e correzioni di rotta che riaprono in continuazione la ghirlanda delle possibilità artistiche - la performance finisce per evolvere verso un rapporto più sincero tra attori, personaggi e pubblico, una riconquistata onestà che culmina in quattro lunghi minuti in cui performer e spettatori si guardano semplicemente negli occhi, dapprima in silenzio e, dopo qualche minuto, anche scambiandosi pareri e osservazioni.
Un'ottima esibizione per tutti e tre gli attori che, muovendosi su una scena semplice, fatta perlopiù da pochi oggetti di scena, realizzano un "meta-spettacolo" dimentico dell'esistenza della quarta parete e capace di immergere lo spettatore in quel retroscena solitamente off limits.
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UN SECCO NORD_(ice)
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sezione in aggiornamento
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Approfondimenti
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Incroci: intervista a (tutta) la Generazione Scenario ‘09
reazione
iltamburodikattrin.it
(riproponiamo solamente le nostre risposte, per rispetto della privacy dei nostri amici scenari) C.I.
Abbiamo imparato a conoscerli, in quest'estate di festival, i nuovi quattro di Generazione Scenario: a Volterra, a Dro, a Bassano, impegnati in tournée fittissime a mostrare quei primi venti minuti di spettacolo che gli sono valsi la segnalazione al Premio fra i più ambiti dalle compagnie di teatro emergente. Sono quattro nuclei completamente diversi: Codice Ivan, i vincitori, in tre che si conoscono da anni ma sono insieme in un progetto comune per la prima volta con Pink, Me & The Roses; Anagoor, che da anni lavorano insieme; Marta Cuscunà, Premio Scenario per Ustica, sola in scena; e, infine, un altro terzetto, Odemà, anche qui, riunitosi ad hoc intorno al nuovo progetto. Quattro "venti minuti" spiazzanti, da quanto sono differenti, dal delicato e micidiale interrogarsi intorno al fare teatrale di Codice Ivan, all'originale percorso di narrazione della Cuscunà, fra burattini e storia, dalla grazia delle immagini di Anagoor al dirompente lavoro sul divino di Odemà: estetica calcolatissima e affondo nel teatro, poi nuove forme di narrazione, un altro teatro-immagine destinato a restare sospeso nella mente dello spettatore e, infine, un teatro d'attore come non se ne vedeva da un po'.
Allora li abbiamo cercati, fra uno spettacolo e l'altro, in questa prima estate di festival per la nuova Generazione Scenario. E li abbiamo trovati, in forma scritta, per queste poche rapidissime domande, che vogliono tracciare un ritratto - o almeno un invito al ritratto - del teatro emergente proposto dal Premio Scenario 2009. Li mostriamo, in frammenti, alla vigilia dell'atteso debutto modenese, dove, a VIE Festival, presenteranno il lavoro completo.
Qui di seguito, in bottaerisposta davvero fitti, quattro modi di dire e di fare il teatro, quattro modi di parlare (e forse più) che si intrecciano - serratissimi - fra auto-presentazioni minimal, prospettive per lo spettacolo, esperienza di Scenario e rapporto col pubblico. Quattro modi, in fondo, di pensare il teatro che, in questi anni di riferimenti precisati e accostamenti prevedibili, non ci aspettavamo proprio.
Il primo spettacolo visto, e il primo fatto?
Codice Ivan: Pink è il primo lavoro di Codice Ivan… Il resto sono storie personali…
Qual è lo spettacolo dell'anno?
Codice Ivan: Il concerto di Nada Malanima a CanGo.
Il vostro, è un processo creativo collettivo o esiste una suddivisione dei ruoli?
Codice Ivan: È un processo creativo collettivo.
In una parola, cos'è il vostro teatro? E cosa non è?
Codice Ivan: Un tentativo liquido. Non è solido.
Tre parole o immagini per descrivere il vostro progetto?
Codice Ivan: Un palloncino che scoppia, la scena bianca, il trashironicometateatrale.
Quali erano i materiali di partenza?
Codice Ivan: Gli studi sull’apprendimento di Pavlov. I video dei suoi esperimenti. La favola della rana e dello scorpione.
Chi o cos'è il protagonista dello spettacolo? Cosa volete dire?
Codice Ivan: Lo spettacolo stesso… alla fine, o all’inizio, si scopre come finzione, e noi siamo solo qualcuno che fa qualcosa davanti ad altre persone che guardano. Niente, non vogliamo dire niente. Così possiamo dire qualcosa, forse…sulla difficoltà delle relazioni e della comunicazione. Sulla difficoltà di essere sempre presenti a se stessi, di non disciogliersi come cartoons dentro la salamoia…Il protagonista?…il fallimento della comunicazione …e l’inevitabile bisogno di riprovarci. Sempre.
Una citazione dal vostro spettacolo che sia rappresentativa del lavoro:
Codice Ivan: «Lo vorrei fare ma non lo farei mai. Cioè lo vorrei fare…»
Qual è il prossimo passo, in una parola?
Codice Ivan: Terminare Pink…
In cosa vi ha cambiato il processo di lavoro del Premio Scenario?
Codice Ivan: Quando abbiamo deciso di partecipare alla prima selezione, eravamo all'inizio del lavoro su Pink, ma anche all'inizio del nostro lavorare assieme come Codice Ivan, e l'avere un percorso da affrontare, da seguire in tappe successive è stato veramente fondamentale. Ci è servito per trovare una nostra modalità operativa, che sicuramente sarebbe emersa, comunque, ma probabilmente con più difficoltà ed inceppi.
